Exhibition: Enrico Ingenito – il colore della luce

27 February >> 27 March, 2016
PASSATO

Sabato 27 febbraio inaugurerà nello spazio espositivo della Galleria 13 – arte moderna e contemporanea in Via Roma 34/b, Reggio Emilia, la mostra dedicata al pittore genovese Enrico Ingenito. La mostra curata da Sara Cavagnari, con testo critico di Massimo Mussini, presenterà una serie di opere che esemplificano l’evoluzione del lavoro artistico di Ingenito negli ultimi due anni. La mostra, che durerà fino al 27 marzo, sarà poi spostata, con un numero maggiore di opere, al Castello di Desenzano del Garda dal 23 aprile al 15 maggio.

Aperture: dal lunedì alla domenica; chiuso il lunedì e domenica mattina

Orari:10:00 – 13:00, 15:30 – 19:30

BIOGRAFIA

Enrico Ingenito nasce a Genova il 4 Novembre 1978, si diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna nel Febbraio del 2004 e termina gli studi specializzandosi in Arti visive e Discipline dello spettacolo presso l’Accademia Linguistica di Belle Arti a Genova nel 2006. Ha avuto occasione di partecipare a residenze d’artista ed esposizioni collettive e personali in Italia e all’estero. Attualmente vive e lavora a Genova.

“Il mio lavoro è il frutto di una ricerca sviluppata seguendo un’intuizione, una frazione di secondo o più semplicemente un colore, una luce o la sensazione di una materia. Il resto è per me fascino, casualità: mistero.”

 

Massimo Mussini

Trasparenze – risonanze

La pittura di Ingenito è talmente ricca di riferimenti culturali, che richiederebbe una lunghissima disamina. Per non tediare il lettore, mi limiterò quindi ad alcune osservazioni soltanto.

La prima cosa, che balza all’occhio, è il suo rapporto con la fotografia. Cosa usuale oggi, dopo che quest’ultima è stata sdoganata dalla critica e accolta nel regno dell’arte pittorica, da cui per quasi due secoli era stata esclusa.

Se ora tecnica pittorica e fotografica appaiono intercambiabili nella produzione artistica, non si deve cadere nell’equivoco di pensare, che le opere di Ingenito siano fotografie rielaborate pittoricamente, oppure stampe fotografiche su tela. Esse – tecnicamente – sono dipinti, che con la fotografia instaurano soltanto un rapporto dialettico. Sul piano visivo possono richiamare le vecchie stampe all’albumina di fine Ottocento, che il tempo e un cattivo fissaggio hanno reso evanescenti, dando loro caratteristiche, che non erano originariamente previste. Possono anche ricordare i paesaggi dei fotografi pittorialisti europei, come Einrich Kühn, Robert Demachy, Domenico Peretti Griva, in cui il contorno sfumato tentava di riecheggiare la pittura impressionista.

L’intento di Ingenito, tuttavia, non è di rifare il già fatto, bensì di giungere a una creatività personale, muovendo dalla propria conoscenza visiva.

Che le fotografie siano i punti di partenza dei suoi lavori, lo rende certa la presenza delle caratteristiche linee cadenti nelle architetture raffigurate in opere di una sua ricerca ormai conclusa; ma anche questa scelta, già operata dagli artisti nell’Ottocento, mostra di andare il direzione diversa.

La sua prassi operativa, infatti, rovescia la pittura “en plein air” ottocentesca, in cui il paesaggio era ritratto direttamente dal vero e ritorna a un modello concettuale più antico, che rievocava in studio i ricordi visivi. Dal vero derivano soltanto le fotografie, che stanno all’origine di molte sue opere, ma nei dipinti il realismo fotografico ci appare trasfigurato come attraverso una lente distorcente, che del paesaggio ci restituisce un’interpretazione emotiva, anziché un’impressione ottica.

Noi generalmente vediamo ciò che conosciamo; quanto ci è ignoto, molto spesso sfugge alla nostra percezione. La fotografia, che fissa un istante della nostra esperienza conoscitiva, ci consente di rivederlo anche quando non esiste più, tanto che l’aumento delle nostre conoscenze derivato dal trascorrere del tempo, ci fornisce la possibilità di percepire quanto era sfuggito in passato. In questo senso l’uso delle fotografie per Ingenito assume il valore della madeleine di Proust, perché fa riaffiorare i ricordi e consente di raggiungere un livello di consapevolezza ulteriore.

Sulla tela, pertanto, il pittore non fissa l’immagine fotografica, ma lascia sedimentare gli stati d’animo e i contenuti inconsci da essa resuscitati, che, come i ricordi, col trascorrere del tempo diventano sempre più labili e si sovrappongono ad altre memorie.

Se osserviamo le opere più recenti di Ingenito, ad esempio Pineta, avvertiamo la presenza di “strati visivi” sovrapposti, in cui un’immagine compare per trasparenza sovrimpressa a un’altra di tono cromatico diverso. Anche questo carattere, se considerato semplicisticamente, può richiamare il risultato di un fotogramma esposto due volte, ma nel meccanismo concettuale di Ingenito tale scelta esprime il rapporto intuito da Wittgenstein tra il vedere e l’interpretare, che lascia la possibilità di letture differenziate della stessa figura dipendenti dalla sua percezione momentanea.

Sulla stessa linea si colloca l’uso del colore, che nei suoi dipinti non è mai realistico. Steso nella sua tonalità pura, assume il valore della scala cromatica musicale per il suo intensificarsi progressivo derivato da velature sottili sovrapposte e, per la sua dominanza antinaturalistica, si fa espediente simbolico per esprimere le oscillazioni di uno stato d’animo. In tal modo, l’equilibrata commistione di forme riconoscibili e di cromie evocative trasforma le tele di Enrico Ingenito in uno spazio in cui lo spettatore si lascia con piacere riassorbire.

 

Massimo Mussini

 

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Rassegna Stampa
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