Exhibition: Massimo Pedrazzi – La trama di un sogno

01 October >> 09 November, 2016
PASSATO

Massimo Pedrazzi – La trama di un sogno

Sabato 1 ottobre ha inaugurato presso la sede espositiva della Galleria 13 – arte moderna e contemporanea di Reggio Emilia, in Via Roma 34/b, la mostra dedicata al pittore contemporaneo Massimo Pedrazzi.

Con una ventina di opere esposte, la mostra sarà visitabile per tutto il mese di ottobre e si concluderà domenica 09 novembre, tutti i giorni dal lunedì al sabato, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:30.

 

Massimo Pedrazzi, nato a Formigine nel 1959, attualmente vive e lavora a Solignano di Castelvetro.

Nel corso degli anni si è cimentato in diversi lavori, dall’agente di commercio all’impiegato nel settore grafico, per poi dedicarsi unicamente, ad inizio anni ’90, alla sua vera vocazione, la pittura, sperimentando ogni tipo di tecnica e linguaggio.

Autodidatta e guidato dalla sua grande passione per l’arte, Pedrazzi fa propria una tecnica d’altri tempi, unicamente eseguita ad olio su tavola o tela, fatta di delicate velature e calibrati tocchi di colore che strato dopo strato, con lunghi tempi lasciati all’asciugatura, fanno emergere l’opera pittorica.

Pedrazzi indaga la figura umana, rappresentata da enigmatici e affascinanti personaggi, in perenne contrapposizione a un paesaggio naturale cinquecentesco. In alcune opere è il paesaggio stesso a diventare protagonista del quadro, talvolta animato da funamboli o simboliche apparizioni; in altre viene presentata la figura umana scevra da qualunque contesto e proprio per questo così potente nella sua immediatezza.

Con uno sguardo attento ai grandi maestri del passato come Leonardo, Perugino e Van Eyck, Massimo Pedrazzi trova grande affinità di pensiero e atmosfere nel lavoro di altri artisti suoi contemporanei, tra cui il norvegese Odd Nerdrum e l’americano Aron Wiesenfeld.

Diverse le mostre personali e collaborazioni con gallerie d’arte in Italia e all’estero.

 

 

 

Testo critico:

 

Antonio Contiero

 

– Il posto più sicuro è nell’occhio del ciclone! –   Suite per Massimo Pedrazzi in IV punti

 

I

 

Note sulla copertina

Il declino dell’occidente ha radici profonde, d’epoca in epoca abbiamo perduto qualcosa, l’Ordine del Tempio (il tragico sberleffo di Baphomet), la conoscenza Alchemica, la Scienza Astrologica, la Lingua degli Uccelli, l’integrità dell’essere Unico, più semplicemente il senso e lo scopo di ciò che definiamo “civiltà”. L’Atanor di Luce che il dipinto di Pedrazzi evoca in questa copertina altro non è che il Tempio che ognuno di noi serba intatto dentro di Sé, anche quando non ha alcuna consapevolezza della sua esistenza, non a caso il fosco orizzonte evoca tempeste, tifoni, uragani, cicloni in formazione in un cielo rabbuiato da nubi oscure, aspre montagne e pianure avvolte in nebbie perenni; è lì, il luogo più sicuro, nell’occhio del ciclone, nella fragile struttura del nostro corpo luminoso, ove l’anima intatta è difesa dagli attacchi dei tanti corpi inutili che indossiamo nel corso della nostra effimera esistenza.

Simbolismo dei Fiori

Il rigoglioso tappeto di fiori illuminato dalla serra dell’anima: nella simbologia esoterica di varie forme Tradizionali il fiore si riferisce al Principio femminile o passivo della manifestazione, cioè alla sostanza universale da cui tutto proviene e che raccogliendo la Luce altro non è che il piano di riflessione del “Raggio Celeste” che esprime l’influenza esercitata dal “femminile” su quest’ambito per realizzare le possibilità che vi sono potenzialmente contenute. Nella particolare simbologia dei dipinti di Pedrazzi il ruolo femminile è indiscutibilmente accentuato da elementi che ne sottolineano la centralità: l’enigma racchiuso nello sguardo di Ofelia rinata dalle acque o in quello della fanciulla impertinente con il piccolo cuore ricamato sul petto, (quasi i fuochi che cadono dal cielo siano semplici scherzi pirotecnici), la domanda sospesa nel gesto e negli occhi della donna dai rossi capelli fiammeggianti nel vento. La struttura di quasi tutti i dipinti richiama all’idea del Centro, l’origine, il punto di partenza di tutte le cose. Il femminile come rappresentazione dell’Unità primordiale la cui irradiazione produce tutti i numeri, senza che la sua essenza ne riesca modificata o intaccata.

Riflessioni liberamente tratte da Guénon – Simboli della Scienza Sacra

 

 

II

 

Elezione Vocativa

“In spring of youth it was my lot To haunt of the wide world a spot The which I could not love the lessSo lovely was the loneliness Of a wild lake, with black rock bound, And the tall pines that towered around.”                      The Lake – Edgar Allan Poe

C’è un viottolo in salita, sulla montagna irta di rocce aguzze dove avevamo l’abitudine d’andare a far l’amore un tempo quando tutto questo era un sogno ed il lago avvolto da nebbie regali risplendeva nei tuoi occhi socchiusi abbagliati di una luce turchese che non ho mai più ritrovato in nessun sguardo.

Perduto il senno, l’amore s’allontana tra le pietraie, squarcia la carne il sangue bagna i lombi di una terra riarsa e fredda il gelido inverno tracima la neve

“Spesso mi chiedo dove andranno o dove saranno conservati tutti gli abbracci e i baci che non abbiamo saputo dare e che abbiamo serbato per noi stessi, per pudore e vigliaccheria?” La risposta mi viene dallo sguardo intenso di Ofelia miracolosamente resuscitata dall’acqua che la voleva annegata. Indica col dito la costellazione cosmica ove dirigere lo sguardo, e non è un caso, perché l’intera opera di Massimo Pedrazzi genera e risponde a misteriosi enigmi. Come sfuggire al colore ritrovato del suo incarnato? L’aspetto simbolico e i riferimenti esoterici sono connaturati all’opera di questo artista e non possono essere disgiunti tra loro, perché parte di un preciso

percorso interiore, fisico e culturale. Era un pomeriggio autunnale, pioveva ma non faceva freddo, guidavo sulla strada che porta a Maranello, verso Castelvetro in direzione Vignola, avevo un appuntamento con un giovane pittore che avevo contattato dopo aver visto la sua mostra a Palazzo Ruini. Il suo lavoro narrava storie inserite nel contesto di paesaggi del tutto personali, che richiamavano la lettura esoterica di Oriente e Occidente di Reneé Guénon, i personaggi ritratti erano attuali e nello stesso tempo antichi, di chiara derivazione medioevale, alcuni dipinti rappresentavano per me un ossessione che dovevo in qualche modo possedere e decifrare, come dare un volto, una voce, un corpo all’artista che le aveva generate. Misteriosi danzatori Sufi dalla cui espressione s’intuiva il vortice della danza senza che nel dipinto ve ne fosse traccia, il movimento e la profondità della pittura conducevano lo spettatore in luoghi densi di una magia naturale, dove spesso l’acqua cristallina era offerta come il dono d’una purezza ormai bandita. Il nostro incontro da quel lontano pomeriggio del 1993 non si è mai interrotto, così come il lento e a tratti feroce, lavoro di purificazione alchemica che dalla tavolozza dei colori è stato trasferito sulla tela e dalla tela emana, come luce ritornante, all’autore e da questi al possessore di una sua opera. In questo nuovo ciclo di dipinti assistiamo ad un raffinarsi della tecnica pittorica, una rinunzia alla complicazione, al sensazionale, concentrandosi sui contenuti e sulla solida esperienza maturata. Una prova di forza dunque, dove di forza non si tratta, piuttosto il substrato in filigrana dove ogni pigmento trova la sua giusta collocazione, contribuendo pennellata dopo pennellata alla trasmutazione della pittura in materia purificata. Ogni quadro di questa esposizione è il tassello di un’unica Opera votata, come il grande dipinto della Ruota della Vita nelle Tang-ka tibetane a fissare sulla tela materiali utili come substrato meditativo. La pittura di Pedrazzi si risolve quasi sempre nel suo aspetto evocativo, le figure sono colte in atteggiamenti precisi, spesso, come nell’impianto rinascimentale alle loro spalle si svolgono avvenimenti legati ad un paesaggio lontano sia nel tempo che nello spazio, si tratta di luoghi ameni, caratterizzati dalla presenza di montagne talvolta aspre, dalle cime protese verso il cielo, talvolta tondeggianti e lussureggianti di vegetazione. Pedrazzi utilizza il paesaggio come una sorta di tavolozza degli elementi naturali che fanno da palcoscenico alla figura centrale in primo piano, l’impianto è quello della pittura antica, con alcune novità e peculiarità specifiche dell’artista, i vari elementi della scena costituiscono una sorta di gnoseologia che guida l’osservatore alla soluzione di un rebus simbolico, dove ogni elemento, al di là della semplice apparenza, contribuisce a narrare il tassello di una storia più vasta che non si esaurisce ad una prima visione ma agisce lentamente, così come lentamente è dipinta con un lavoro maniacale e certosino. Spesso abbiamo scherzato tra noi discutendo su quello che abbiamo definito Elogio della lentezza in contrapposizione con la fretta di produrre e di creare e di consumare che è una vera ossessione del nostro tempo, Pedrazzi è un fan della lentezza per questo il suo lavoro non risente delle mode del momento, del bisogno di gigantismo, eclettismo e narcisismo insensati che brucia nel tempo di un clic opere ed autori schiavi del mercato. La Metafisica se ne frega del mutamento continuo per il semplice motivo che i

suoi Princìpi sono immutabili, adattati di volta in volta alla degenerazione ciclica dell’umanità del momento, ma sempre uguali in quello che Battiato, riprendendo la Quarta Via di Gurdjieff e Ouspensky, definì in una canzone di grande successo “centro di gravità permanente” cioè un luogo “ideale” come quello che i dipinti di Pedrazzi descrivono lasciando sullo sfondo o in primo piano, a seconda delle esigenze narrative, i mutamenti epocali che coinvolgono il mondo profano.

 

 

III

 

STOP

“L’Esercizio dello stop è obbligatorio per tutti gli allievi dell’Istituto. In questo esercizio, al comando “stop”, o al segnale convenuto in precedenza, ogni allievo, ovunque si trovi e qualunque cosa stia facendo, deve istantaneamente interrompere ogni movimento. Che sia nel bel mezzo dei movimenti ritmici, o della vita ordinaria che si svolge all’Istituto, che sia al lavoro a tavola, l’allievo deve non soltanto bloccare i movimenti, ma conservare l’espressione del viso, il sorriso, lo sguardo e la tensione di ogni muscolo del corpo esattamente come si trovavano al momento dello stop. Esso deve immobilizzare gli occhi sul punto fissato al momento del comando. Durante questo stato di movimento sospeso, l’allievo deve anche arrestare il corso dei pensieri, non ammettendone categoricamente nessun altro. Egli deve concentrare tutta la sua attenzione per osservare la tensione dei muscoli nelle varie parti del corpo, dirigendo questa attenzione da una parte all’altra, badando che la tensione muscolare resti la stessa, senza mai aumentare o diminuire. L’uomo che resta immobile dopo essere stato fermato in questo modo non è in “posa”. Molto semplicemente, è avvenuta l’interruzione di passaggio da una posa all’altra.”                                   (Parigi 6 agosto 1922 – G. I. Gurdjeff – Vedute sul mondo reale)

Tutti i dipinti di Pedrazzi rispondono a questa regola, l’azione è congelata nell’attimo, ma non artificialmente come in una fotografia, bensì dinamicamente e naturalmente come se il dipinto conservasse intatto e perennemente il controllo “dell’espressione del viso, il sorriso, lo sguardo e la tensione di ogni muscolo del corpo esattamente come si trovavano al momento dello stop.” Per questo l’osservatore non può che sentirsi coinvolto in questo sforzo prolungato fatto di spostamenti impercettibili che ricordano concettualmente i dipinti elettronici di Brian Eno in Thursday Afternoon, durante i quali il dipinto fissa l’attimo in un’eternità che attende lo Stop del Maestro Cosmico.

Pedrazzi piega persino il fumo a questa regola: i suoi uomini, a differenza dei personaggi femminili, svaniscono lentamente, come se la pelle del dipinto fosse stata resa sensibile al mutamento, alcune zone del dipinto sono meno finite, l’architettura del paesaggio e la sua assenza subiscono lentissime erosioni, velature, indecisioni volute, il gioco del tempo e degli

spazi circoscrivono l’azione in una fissità sconcertante e maggiormente inquieta. Lo stop ha un taglio maggiormente cinematografico, la narrazione si sposta su piani più attuali, come ci trovassimo sul set di un film immaginario proiettato nella mente dell’osservatore, la scena è pronta in attesa del – Ciak, si gira!

 

 

IV

 

«Si definiscono corpi gli oggetti accostabili l’uno all’altro, come è anche per le loro parti. Perciò i corpi sono gli oggetti specifici della pittura in quanto hanno proprietà visibili. Quelle che si chiamano azioni si susseguono invece una dopo l’altra nel tempo. Le azioni sono gli oggetti specifici della poesia. »   GottHold Ephraim Lessing

Nella pittura di Pedrazzi l’assioma di Lessing può trovare una sorta di unificazione ideale, numerose azioni si susseguono all’interno dei dipinti più complessi sollecitando le proprietà visive a sciogliersi in poesia, una poesia dell’anima e dei corpi che induce la domanda: Chi è l’osservatore e chi l’osservato?

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