Massimo Pedrazzi

Massimo Pedrazzi

Massimo Pedrazzi, nato a Formigine nel 1959, attualmente vive e lavora a Solignano di Castelvetro.
Nel corso degli anni si è cimentato in diversi lavori, dall’agente di commercio all’impiegato nel settore grafico, per poi dedicarsi unicamente, ad inizio anni ’90, alla sua vera vocazione, la pittura, sperimentando ogni tipo di tecnica e linguaggio.
Autodidatta e guidato dalla sua grande passione per l’arte, Pedrazzi fa propria una tecnica d’altri tempi, unicamente eseguita ad olio su tavola o tela, fatta di delicate velature e calibrati tocchi di colore che strato dopo strato, con lunghi tempi lasciati all’asciugatura, fanno emergere l’opera pittorica.
Pedrazzi indaga la figura umana, rappresentata da enigmatici e affascinanti personaggi, in perenne contrapposizione a un paesaggio naturale cinquecentesco. In alcune opere è il paesaggio stesso a diventare protagonista del quadro, talvolta animato da funamboli o simboliche apparizioni; in altre viene presentata la figura umana scevra da qualunque contesto e proprio per questo così potente nella sua immediatezza.
Con uno sguardo attento ai grandi maestri del passato come Leonardo, Perugino e Van Eyck, Massimo Pedrazzi trova grande affinità di pensiero e atmosfere nel lavoro di altri artisti suoi contemporanei, tra cui il norvegese Odd Nerdrum e l’americano Aron Wiesenfeld.
Diverse le mostre personali e collaborazioni con gallerie d’arte in Italia e all’estero.

Testi critici

Stefano Gualdi

Più di un quarto di secolo è trascorso dalla pubblicazione a New York, per cura della MacMillan, del famoso libro di Harvey Cox, La città secolare, (trad. it., Firenze, 1968). In quel volume, che tanto fece discutere, l’autore sosteneva che l’era della città secolare si prospettava come un’era «assolutamente priva di religione» e che la secolarizzazione sarebbe stata «la liberazione dell’uomo dalla tutela religiosa e metafisica». Oggi sappiamo con assoluta certezza che le tesi raccolte in quel libro non hanno alcun fondamento. La civiltà occidentale contemporanea, nonostante le molte”certezze” raggiunte sia in campo scientifico che in campo economico, non ha affatto perso il suo interesse per la religione e la spiritualità, per cui ad una vita “mondana”, la cui complessità aumenta di giorno in giorno con ritmo apparentemente inarrestabile, sempre più gente vi contrappone un’intensa vita “interiore” orientata su valori quali amore per la natura, fede e autenticità. Con Massimo Pedrazzi (Formigine ‘59) una potente carica di energia morale non risolta nell’esperienza espressionista e nel cosiddetto realismo sociale e nemmeno utilizzata, come nel caso dell’Arte Povera e di Fluxus, nell’ambizione di realizzare un ideale utopico di riforma sociale, trova il suo naturale, per non dire unico possibile, campo d’azione nell’aderenza con i luoghi più reconditi e inarrivabili dell’anima; e ve lo trova in forma ammirevole, poiché le facoltà inconsce di questa, riconosciute da sempre causa di ciascuna attività spirituale, possono rappresentare un efficace strumento della conoscenza per afferrare il senso non svelato della natura. La pittura di questo artista, da un punto di vista formale, ricorda gli esiti di taluni protagonisti del Romanticismo e del Simbolismo. Ma se per Boecklin, in accordo con la musica di Wagner, l’uomo era il principale responsabile della fine, causa il suo smisurato orgoglio, dell’incontaminato regno della natura. L’essere di Pedrazzi è, al contrario, completamente integrato in essa e come i progenitori nell’Eden opera e agisce su due differenti livelli, si relaziona ad una forza superiore ordinatrice e nel contempo ricerca per proprio conto i segreti del processo di trasmutazione della materia. Per rendersene conto si osservi l’ultimo ciclo di opere presentato in anteprima presso il “Castello del Vescovo” -prodotto dall’artista formiginese. Citerò tre esempi, Il primo quadro raffigura un burattino di legno nelle braccia di un giovane dai capelli gonfi a forma di cornucopia, recante la verga e la sfera. Il richiamo a Pinocchio è esplicito, come pure l’allusione al processo di elevazione spirituale del soggetto. Il secondo pezzo mostra una valle, ripresa con prospettiva aerea, dove una gigantesca sfera trasparente è adagiata sopra sette colline ed altrettanti fiumi; due edifici a cupola con statue all’esterno ne controllano l’accesso. Si tratta di una delle tante iconografie del Paradiso, Il richiamo dunque è per un’esistenza spesa in funzione della “Città di Dio”. La terza ed ultima immagine ci mostra un gruppo di persone ripreso frontalmente, tutte quante hanno la medesima espressione rassegnata e allo stesso tempo dignitosa, come quella, tanto per fare un esempio, dei deportati nei campi di sterminio. La volontà qui è quella di ricordare il genocidio di un popolo di stirpe ebraica vissuto ai confini tra la Polonia e la Russia, la cui unica colpa, a detta dei nazisti che lo annientarono, era quella di avere troppa fede nei libri e nella cultura. Ecco dunque una prima chiave di lettura per valutare gli ultimi lavori di Massimo Pedrazzi. Si tratta di una pittura colta, spesso ispirata a dei testi letterari, che fa riferimento a significati “oltremondani”, ossia religiosi, mistici e cabalistici. L’altro codice di accesso può essere il particolare modello di racconto, legato ad una certa pittura figurativa oscillante tra Simbolismo e Realismo magico. Penso a maestri del passato quali sono Dosso Dossi e Piero di Cosimo per quanto riguarda il rapporto uomo – natura, nonché a celebri pittori moderni tra cui FussIi, Boecklin, Holder e ai meno noti Damby, Martin e Abildgaard per l’atmosfera irreale che essi evocano, ma penso anche, per Impaginazione formale, ad artisti contemporanei come VainerVaccari, Stefano Di Stasio e Massimo Livadiotti. In conclusione Pedrazzi non è pittore della vita moderna e nemmeno dell’evasione esotica, ma pittore della visione simbolica e fantastica che chiude decisamente verso ogni implicazione surrealista. Tutto il suo ultimo lavoro può essere descritto per mezzo di un aforisma mistico. “Le opere sono pure forme, alle quali la sincerità dell’intenzione dà misteriosamente l’anima”. lbn ‘Atà’Allàh (sufi vissuto in Egitto nel sec. XIII) Castello del Vescovo, Novembre 1995

Lorena Corradini

Dopo un minimalismo anodizzato e grigio, dopo un criptico e psicoanalitico concettuale, assistiamo sempre più spesso ad un ritorno alla pittura, a tecniche tradizionali nella volontà conservatrice, ma non reazionaria, di mantenere o ritrovare una essenzialità perduta che affonda le radici in tutta la nostra storia dell’arte. Il cinema, il fumetto, la fotografia, i video diventano soggetti e pretesti della pittura. Si torna al figurativo, ma non è un ritorno all’ordine è il recupero di una tecnica semplice che permette di comunicare in modo diretto e per farlo Massimo Pedrazzi imbandisce storie tra il moralistico ed il fantastico popolare di personaggi fuori dal tempo, molto vicine alle ascendenze tardogotiche dell’Europa del nord. L’artista modenese mostra di sapersi muovere a proprio agio nella complessa selva di simboli che costituivano l’alfabeto indispensabile per esprimere quei concetti culturali, filosofici e religiosi prodotti da quel particolare momento storico. Ma ciò che colpisce nelle sue opere è la folla formicolante, il numero elevato di volti di persone comuni, decine di occhi che guardano chi guarda, osservano e scrutano. Realtà soggettive che insieme diventano società, di massa solo in apparenza perché a ben guardare uno per uno, tutti mantengono una loro specificità psicologica che a volte riempie tutto lo spazio possibile.

Negli ultimi lavori Pedrazzi recupera, con maggiore scioltezza gestuale e cromatica, tematiche affrontate agli inizi della sua carriera artistica, si impossessa così di una pittura veloce, stesa con forza e sicurezza di segno e di gesto che delinea più che definire senza per questo perdere intensità.

Sono opere interessanti per il sarcasmo che sprigionano, quel sarcasmo che c’è nelle azioni quotidiane più banali e private che si possono svolgere nella stanza da bagno; Pedrazzi cerca nei personaggi lo stupore, l’atteggiamento e nei volti quell’ironia attraverso la quale si può raccontare la vita.

Il ritratto quindi come punto di partenza e di arrivo di un contatto intimo. Di una esperienza che va al di là del semplice incontro e della pura rappresentazione, che diventa indagine di un carattere, di una personalità. Una indagine senza concessioni adulatorie o compiacenti estetici che anzi, sottolinea di ogni volto quel che gli è più peculiare al limite dell’irriverenza; le rughe di espressione, le occhiaie, le macchie della pelle, la smorfia della bocca. E’ l’anima messa a nudo attraverso la nudità senza scampo del volto. In queste ultime opere, Dopo tanta indagine sulla figura, in primo piano o a figura intera, inserita in contesti paesaggistici l’artista si dedica alla pittura di interni. Ma sarebbe un errore vedere nella sua pittura una svolta radicale, un paesaggio senza ritorno da una dimensione emozionale ad una dimensione architettonica, le stanze per Pedrazzi non sono ambienti fisici, bensì spazi psicologici, anche questi sono ritratti.

Quella di Massimo Pedrazzi, dunque, si può considerare una pittura realista che utilizza modi espressionisti. Realista è anche l’uso della materia pittorica che non si limita ad illudere, ma che esiste nella sua fisicità. Il colore è però antinaturalistico. L’artista dipinge volti dai toni gialli o grigi riflessati e contornati da tonalità più cupe, è la disillusione e la lontananza, spietato e ottuso, per cercare, almeno nel quadro, di evitare la banalizzazione della vita.